Peter Lindbergh. A Different Vision on Fashion Photography: intervista al curatore Thierry-Maxime Loriot

by Beatrice Zamponi, October 2017 (Italy)


L’immaginario di Peter Lindbergh non si è definito confrontandosi con canoni tradizionali; non è cresciuto tra gli stimoli culturali di una grande città o avvolto da una natura rigogliosa, ma in una delle zone più industrializzate della Germania. A Duisburg il paesaggio era dominato da acciaierie, miniere di carbone e grandi fabbriche; qui il fotografo ha imparato a trovare armonia e bellezza anche nell’apparente desolazione. Ecco allora che il grigio fumo delle ciminiere si trasforma nelle argentee tonalità dei suoi scatti in bianco e nero, l’imponente architettura industriale diventa scenografia maestosa e i volti sporchi dei minatori ispirazione per il polveroso trucco di muse e modelle. Rielaborando il suo vissuto, Lindbergh è riuscito a restituirlo attraverso uno sguardo nuovo e totalmente individuale. Questo racconta Peter Lindbergh. A Different Vision on Fashion Photography, la mostra a lui dedicata ospitata alla Reggia di Venaria, grandioso complesso alle porte di Torino, capolavoro dell’architettura e del paesaggio, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1997, fino al 4 febbraio. Duecento scatti in sette sezioni ripercorrono la poetica del grande maestro dal 1978 a oggi. Ne parliamo con il curatore Thierry-Maxime Loriot. PARTIAMO DAL TITOLO, PERCHÉ LO HA SCELTO? Spesso le mostre di fotografia sono troppo minimaliste, astratte; io invece volevo raccontare una storia. Il lavoro di Peter Lindbergh apre riflessioni sulla società e i suoi valori, sul ruolo della donna e l’idea di bellezza, su cosa sia la fotografia stessa, va quindi molto oltre la moda. Questo è il motivo per cui riguardandoli oggi, i suoi scatti di venti o trenta anni fa non hanno perso un ~~grammo~~ di attualità e forza, mantenendo un valore universale. LA STILISTA REI KAWAKUBO INDIVIDUA COME ELEMENTO CHIAVE NELLA FOTOGRAFIA DI LINDBERGH LO SGUARDO UMANO; IL RACCONTARE PRIMA DI TUTTO L’INDIVIDUO. LA MOSTRA CONDIVIDE QUESTA LETTURA. Ho cercato di mettere in risalto proprio l’onestà con la quale guarda i suoi soggetti, che si tratti di attori, modelle transgender, celebrities l’approccio non cambia; è un lavoro costruito solo sulla relazione e il contatto. Nella sua fotografia non c’è gerarchia e non ci sono connotazioni che identificano il personaggio socialmente, tutti vengono posti allo stesso livello. UNO DEI FOCUS DELLO SHOW SONO LE VENTICINQUE CASE DI MODA CON CUI IL FOTOGRAFO HA COLLABORATO NEL CORSO DEGLI ANNI. LINDBERGH È RIUSCITO A INTERPRETARE L’IMMAGINARIO E LA SPECIFICITÀ DI OGNUNA SENZA MAI CAMBIARE IL SUO LINGUAGGIO. La donna di Versace e quella di Armani sono opposte sul piano dello stile, ma condividono la stessa forza, indipendenza e audacia. Ciò che ha permesso a Lindbergh di essere scelto da designer tra loro così lontani è stata la ricerca di una profonda identità femminile; vero punto di partenza comune al di là dell’estetica. GLI STUDI SULLA DANZA, LA TENSIONE DEL CORPO ED IL MOVIMENTO SONO UN ALTRO TEMA NODALE.  Le sue innumerevoli collaborazioni con ballerini e coreografi da Pina Bausch a Blanca Li, si sono sempre incentrate sul dinamismo. Lindbergh è affascinato dall’idea del corpo come strumento. Lo stesso fa con le modelle: gli scatti non sono mai statici, le segue muoversi di fronte alla macchina fotografica senza bloccarne il flusso d’improvvisazione e creazione. PARLANDO ANCORA DI CORPO, È INTERESSANTE NOTARE COME NEL LAVORO DI LINDBERGH, IL TEMA DELLA NUDITÀ SIA TOTALMENTE SGANCIATO DALL’EROTISMO, MA RAPPRESENTI PIUTTOSTO UN’ULTERIORE POSSIBILITÀ DI PROFONDA CONTEMPLAZIONE DELL’ESSERE UMANO E DELLE SUE FORME. Guardare un suo nudo è come trovarsi di fronte a una statua di Brancusi o di Giacometti. Si tratta di silhouette umane e nello stesso tempo quasi astratte, ma mai idealizzate. I corpi che ritrae sono infatti sempre imperfetti, possono mostrare cicatrici, graffi o ferite. Non cerca le fattezze perfette che tutti vorrebbero avere, per lui quelle sono davvero poco interessanti. LINDBERGH SCRIVE RIFLESSIONI E APPUNTI PRIMA E DOPO OGNI SERVIZIO FOTOGRAFICO. QUESTA RICERCA LO AIUTA A CHIARIRE I SUOI INTENTI E A VERIFICARE SE IL SUO OBIETTIVO SIA STATO RAGGIUNTO. LA MOSTRA PONE GRANDE ATTENZIONE ANCHE A QUESTO PARTICOLARE ASPETTO DEL SUO LAVORO. È un tema per me molto prezioso perché svela una pratica del tutto personale. Nonostante Lindbergh arrivi ~~sullo~~ shoot con delle idee precise, approfondite dai suoi scritti, è sempre pronto a lasciarsi stupire o ispirare dagli imprevisti. È molto libero, assumendosi anche tutti i rischi dell’improvvisazione. Le sue note hanno inoltre un valore documentaristico: ad esempio quelle che riguardano la foto-locandina del film the Hunger con Catherine Deneuve e David Bowie sono, senza volerlo, un vero pezzo di storia del costume e della cultura pop dell’epoca. L’ESPOSIZIONE SI CONCENTRA POI SULL’OSSESSIONE DI LINDBERGH PER LA FANTASCIENZA RACCONTATA NELLA SEZIONE THE UNKNOWN. MA COS’È ESATTAMENTE L’IGNOTO PER LUI? OLTRE A UN TEMA D’ISPIRAZIONE SEMBRA ANCHE METAFORA DELLA SUA INSTANCABILE PASSIONE PER LA SCOPERTA, EVIDENZIANDO COME ABBIA SEMPRE PRESERVATO L’ENTUSIASMO DI UN BAMBINO. La sezione raccoglie i tanti servizi dedicati a racconti di ufo, paranoia e teorie cospirazioniste. Certamente il tema dell’ignoto si lega al suo continuo desiderio di sperimentare, di cambiare rotta. E questo anche praticamente: è realizzando alcune di queste storie che, ad esempio, decide di provare a scattare a colori. Molte serie mostrano anche come in ogni tedesco ci sia sempre un’ironia e una capacità di sdrammatizzare e di non prendersi troppo sul serio. L’idea più assurda può essere percorsa con successo. INFINE LE SUPERMODELS E LA NUOVA IMMAGINE DI DONNA EMANCIPATA CHE NEGLI ANNI ’80 LINDBERGH HA DEFINITO. TRA LE TANTE BELLEZZE ANTICONVENZIONALI CON LE QUALI HA AMATO LAVORARE, CHI SECONDO LEI, HA RACCONTATO MEGLIO IL CAMBIAMENTO DA LUI INTRODOTTO? Direi Milla Jovovich; è probabilmente la più fotografata insieme a Linda Evangelista e oggi a Mariacarla Boscono. Donne che non sono solo modelle, ma che possono improvvisamente trasformarsi in attrici drammatiche o in ballerine. La collaborazione con Milla è cominciata quando lei era una ragazzina e non si è mai interrotta, hanno provato davvero tutto insieme. Nello stesso tempo credo che ogni donna possa diventare suo soggetto; la bellezza per lui non è astrazione esiste solo nella verità del reale.